Un po’ universo visivo stile Blade Runner, un po’ risacca dall’immaginario dell’espressionismo tedesco, il mondo dei Social Media legato alla politica americana di questo ultimo anno è – apparentemente – passato dal gatto di Taylor Swift ai bracci tesi di Elon Musk in un attimo. E sebbene il primo felino apparisse molto più simpatico non solo per la talentuosa padrona, quello che sconvolge davvero è come se il mondo dei social fosse stato sommerso più o meno in maniera repentina da un’alluvione di odio e da una piena di fango digitale dove tra rancore, razzismo e vecchi improbabili stereotipi “vale – incredibilmente – tutto”.

Ma proprio “tutto tutto”: mettendo sullo stesso piano teorie politiche ammuffite andate oltre la data di scadenza con reali prospettive di sviluppo culturale ed economico che tengano conto della scienza, delle risorse, della nuova composizione sociale e antropologica del nostro mondo. Insomma, una situazione che sembra avere proiettato il nostro presente in un film distopico di cui, almeno al momento, non si intravede ancora l’happy ending.

Del resto, quante volte in biblioteca oppure scorrendo vecchie riviste abbiamo guardato con certo sgomento ai manifesti propagandistici a favore della razza ariana, contro gli ebrei, contro “il nemico” e a sostegno di una visione sovietica del mondo e dell’esistenza? Quante volte abbiamo visto rappresentato – con raccapriccio – lo sfruttamento della paura e l’incitamento all’odio in manifesti raccapriccianti e in volantini spaventosi?

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Ecco, oggi alcuni social come TikTok, ma non solo, sembrano un reflusso di qualcosa accaduto sui muri di un secolo fa, ma soprattutto ci atterriscono per la grande ignoranza alle spalle di certe affermazioni senza senso, ma – probabilmente – con un progetto e un programma. L’impressione, infatti, è che non solo ci si trovi davanti ad immondizia, ma che a propagandarla appunto non sia necessariamente un colonnello dell’FSB che beve vodka in un bunker a San Pietroburgo, quanto piuttosto un contadino dell’Alabama convinto che la terra sia piatta, che i vaccini siano un complotto, che il mondo sia stato creato in sette giorni e che l’Europa sia una nazione dove degli ignoranti non parlano tutti inglese. Come dire: non c’è solo premeditazione e calcolo politico, c’è soprattutto una grandissima dose di ignoranza che fa licenziare i professori, bandire i libri non graditi ad una banda di bifolchi, irrigidire su presunte posizioni contrapposte visioni diverse del mondo e della sua Storia attuale.

Se non fosse tragico e tristemente pericoloso sarebbe perfino farsesco e talora anche esilarante osservare poveretti con il cappellino sproloquiare a bordo di un’auto sull’importanza dell’America rispetto al resto del mondo, sul favore di dio nei confronti di Trump, sulla missione divina di fare arricchire tutti gli Americani, abitanti della nazione eletta. Ovviamente bianchi, maschi e femmine, il più delle volte obesi, quasi sempre senza alcun titolo di studio, costantemente immersi in un rancore costante contro le élite, contro chi ha studiato, contro chi ha un colore diverso, una lingua e una religione differenti.

In questo contesto in cui i super ricchi si alleano con quello che una volta veniva chiamato proletariato, schiacciando e demonizzando qualsiasi forma di borghesia, fortunatamente per noi – una differenza significativa ovvero una grande dose di senso dell’umorismo e, soprattutto, un certo senso della democrazia che ci porta a sederci idealmente fianco a fianco in certe situazioni che non vedremmo nei media tradizionali. Ad esempio i Town Hall, che rappresentano una pratica molto comune nella politica americana: incontri pubblici in cui i cittadini hanno l'opportunità di interagire direttamente con i rappresentanti eletti o i candidati politici.

Questi eventi prendono il nome dalle tradizionali riunioni di comunità che si tenevano nei municipi delle città e dei villaggi. Durante un Town Hall, i partecipanti possono porre domande, esprimere preoccupazioni o condividere opinioni su questioni locali, nazionali o internazionali. I politici, a loro volta, usano questi incontri per ascoltare i loro elettori, spiegare le loro posizioni politiche e discutere le loro proposte legislative o programmi elettorali. Il formato è generalmente informale, favorendo un dialogo aperto e diretto. Alcuni Town Hall si svolgono in luoghi come scuole, biblioteche o centri comunitari. Questi incontri sono considerati una componente fondamentale della democrazia americana, poiché promuovono la trasparenza e la partecipazione civica.

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Tuttavia, possono anche diventare momenti di confronto acceso, specialmente su temi controversi. Così, un’abitudine, tutto sommato locale, diventa un’occasione per comprendere da un lato una certa insofferenza degli stessi elettori repubblicani di buon senso nei confronti degli estremismi di Trump, dall’altro – ironicamente – vediamo le facce di alcuni senatori e deputati americani che rispondendo a questioni come il senso di annettere il Canada o di eliminare i presunti sprechi dell’amministrazione, danno l’idea del ‘guarda cosa mi tocca fare pure di campare…”. Insulti, urla, contestazioni in minuscole contee della provincia profonda ricordano la celebre frase della canzone del cantautore (canadese) Leonard Cohen: “C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che viene la luce”.

Come se non bastasse, poi, alcuni post sembrano arrivare direttamente da un “muro digitale del pianto” dove elettori di questa amministrazione si filmano piangendo (Freud? Jung? Lacan? Dove siete?) chiedendo offerte in quanto licenziati dagli stessi amministratori che avevano elettro a gran voce. Del resto, Michael Tomasky, commentatore del sito specializzato New Republic spiega chiaramente che la vittoria di Donald Trump non sia stata favorita da fattori economici reali come l’inflazione o la condizione dell’economia, ma soprattutto da come le persone percepiscono queste questioni attraverso questi clip che sembrano discorsi da bar e che, invece, poi si confondono con un’idea della società inquietante.

Secondo Tomasky, il fattore cruciale è stato il controllo dell'agenda dei media di destra, che hanno costruito una narrazione in cui i repubblicani venivano presentati come i paladini del “popolo” contro un’élite dei Democratici dipinta come traditrice e lontana dalle necessità quotidiane dei cittadini. Canali come Fox News, Newsmax, e altri media conservatori hanno disseminato storie, meme e informazioni spesso distorte, dando adito a una percezione paranoica e conflittuale della realtà politica, amplificata e reiterata dai Social Media che così propongono, in maniera coordinata e con una retorica unificata, un condizionamento dell'opinione pubblica, alimentando il malcontento e il senso di abbandono degli elettori repubblicani, e rendendo Trump non solo accettabile ma addirittura indispensabile come leader politico.

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PETER SELLERS in Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb *Editorial Use Only* www.capitalpictures.com sales@capitalpictures.com Supplied by Capital Pictures (Supplied by Capital Pictures)

Senza il supporto dei media di destra, Trump non avrebbe potuto emergere nella maniera in cui è successo, diventando un punto di riferimento. Se la narrazione fosse stata dettata da un mainstream mediatico più neutrale – ad esempio dai tradizionali canali come CBS, NBC – la figura di Trump sarebbe stata probabilmente marginalizzata. Sono proprio i media e i social media conservatori che hanno dato “ossigeno” a Trump, creando e rafforzando una realtà percepita dagli elettori che ha accompagnato e accompagna il suo successo politico. Durerà ancora?

Nell’era della post verità tutto vale tutto: Trump ha derubricato ogni contestazione ad eventi organizzati da gruppi di facinorosi quindi, almeno al momento, l’immagine è la stessa di un manifesto strappato dalla Rosa Bianca su un muro della Berlino hitleriana tra i fischi della polizia. Ma è anche quella di chi ha rimontato l’incontro con Elon Musk e la Tesla alla Casa Bianca come una sorta di svendita di auto di lusso da un concessionario di provincia: le frasi assurde di Trump con tanto di prezzi e di elogi, vengono viste tra slogan pubblicitari, palloncini e ragazze procaci in costumi da bagno succinti.

Tutto molto divertente, se non ci fosse da piangere per come il palazzo appartenuto a grandi presidenti veri e cinematografici, da Lincoln a Morgan Freeman, da Kennedy a Harrison Ford, da Franklyn Delano Roosevelt fino a Martin Sheen e a Robin Wright, sia ridotto in questa maniera… Altro che House of Cards, come disse Woody Allen “la vita non imita l’arte ma la cattiva televisione…”.