Una serie di litografie apre The Thing with Feathers, adattamento del romanzo di Max Porter che sceglie di “nascondere” quel che il testo originale mette in evidenza: Grief Is the Thing with Feathers cioè Il dolore è una cosa con le piume. E più che una scelta dettata dall’asciuttezza sembra essere un modo per “nascondere” il film (a Berlino 75 come Special Gala dopo la première mondiale al Sundance).

Perché, sì, “la cosa con le piume” appare quasi subito, annunciata da quelle cupe litografie dei titoli di testa a rappresentare il lavoro e la forma espressiva del protagonista, un graphic novelist devastato dall’improvvisa morte della moglie. “La cosa” è un corvo, che si schianta sulla finestra e poi fa irruzione in casa, manifestandosi come una creatura più gigantesca e minacciosa, uno sgraziato e grottesco uccello dai movimenti umani, un po’ Birdman e un po’ Babadook. È forse una proiezione creativa del protagonista, che poi si fa evidente anche agli occhi dei due figlioletti, come lui schiacciati da un dolore troppo grande.

Nessuno di loro ha un nome: sono “padre” e “ragazzi”, a definire così il carattere universale di un racconto evidentemente parabolico. Dova la “cosa”, appunto, che ha le piume, sì, è fastidiosa e sentenziosa come ogni presenza indesiderata, ma a dargli un nome – quello che Porter dichiarava dal principio con più coraggio – si finirebbe per sbrogliare subito il film, quasi rinunciando a quella suggestione da bizzarro horror fantastico da trasmettere a chi non ha contezza della storia.

Non che non sia chiaro, d’accordo, cosa rappresenti davvero quella creatura, ma è evidente quanto la tensione iniziale, la minaccia della casa violata, il senso del pericolo, l’attacco fisico ai protagonisti vorrebbero portare questo dramma sull’elaborazione del lutto (personale e collettiva, laddove però la famiglia è entità unica) nei territori del genere. Che, comunque, andrebbero conosciuti e interpretati.

E nel passaggio dalla parola all’immagine, Dylan Southern (sceneggiatore oltre che regista) non trova equilibrio né radicalità nel dare corpo al dolore: non coglie la sospensione metafisica, non approfondisce lo spaesamento del protagonista nel “mondo reale”, si affida a simbolismi un po’ logori (la mamma vestita da fantasma, la pioggia che nasconde, l’inchiostro che cade sul foglio bianco) e cerca nel sottofinale una programmatica “resa dei conti” con i demoni interiori.

Sia Benedict Cumberbatch che i piccoli Richard ed Henry Boxall offrono belle prove (David Thewlis dà la voce alla Cosa, che fisicamente è Eric Lampaert), ma il problema di The Thing with Feathers è a monte: nello sguardo dell’autore, nella costruzione di uno spazio adeguato al materiale d’origine, nel mancato coinvolgimento in una storia che, insomma, ce ne vuole a lasciare così distaccati.