Michelle è una nonna molto affezionata al nipote Lucas e, insieme all’amica del cuore Marie-Claude, vive con tranquillità la sua pensione in un piccolo villaggio della Borgogna. Tuttavia, una serie di avvenimenti inaspettati scatenerà delle conseguenze tragiche e rivelerà il passato oscuro delle due donne anziane.

Sotto le foglie si iscrive perfettamente nella poetica filmica di Ozon perché è parte di un cinema fluido, caratterizzato dalla mutevolezza costante delle forme, tanto dei personaggi quanto dei generi che il lungometraggio attraversa. Per quanto riguarda i primi, le identità dei protagonisti mutano costantemente lungo tutto il film: in particolare quando vengono messi a contatto con la morte, reale o metaforica, subiscono e sperimentano una rinascita identitaria cambiando letteralmente pelle. Il pensionamento delle due donne anziane coincide con il decesso simbolico della loro identità lavorativa precedente, cosa che permette loro di divenire nonne e madri amorevoli, mentre Vincent, il figlio di Marie-Claude, esce di prigione e diventa un onesto barista.

A mutare sono in particolare le identità definite socialmente, attraverso un profondo cambiamento dei ruoli archetipici di parentela al di fuori dei codici tradizionalmente imposti: le due anziane diventano sorelle elettive aiutandosi a vicenda; dopo la morte di Valérie, la figlia di Michelle, Vincent viene simbolicamente adottato da quest’ultima e diventa una sorta di figura paterna di Lucas; infine, la nonna di questi sperimenta una seconda maternità allevando il nipote.

Sotto le foglie
Sotto le foglie

Sotto le foglie

Come è tipico in Ozon, l’unica figura parentale ad essere estromessa perché deteriore o assenteista è quella del padre, come accade nel caso di Lucas e dei figli delle due ex prostitute. Non a caso, l’unica figura paterna ritratta in modo positivo è quella di Vincent, padre non biologico e che solo nella parte terminale del film viene presentato sotto questa luce. La natura obliqua e fluida del film stesso, invece, si attua nel genere invece che nella regia, essendo quest’ultima posta a servizio della trama, invisibile e nascosta sia nei movimenti di macchina, finalizzati all’esaltazione della messa in scena e della recitazione attoriale, quanto nel montaggio trasparente come anche nella fotografia naturalistica.

La mutevolezza riguarda quindi i generi, che il film attraversa con disinvoltura e finendo col creare un caleidoscopio di spunti e forme diverse: inizia come dramma familiare incentrato sul dissidio fra Michelle e Valérie, poi diventa un giallo per il probabile atto sconsiderato compiuto dal figlio pregiudicato di Marie-Claude, per subentrare infine con decisione nella dimensione melodrammatica.

È questo il genere a cui il film tende fin dall’inizio, essendo ricco di colpi di scena inaspettati, come il passato scandaloso che emerge a sconfessare le identità celate faticosamente, le morti, l’omicidio che forse è un suicidio, i bambini che diventano orfani, le madri (la poliziotta e la stessa Michelle) che decidono di allevare i propri figli da sole. Più in generale, è lo stesso ricorso all’inatteso e all’iperbolico a definire il film nella sua interezza e a etichettarlo come mélo.

Ozon, d’altra parte, ama le strutture narrative forti e incentrate sul piacere del racconto perché questa cornice formale gli permette di inglobare i profondi mutamenti identitari contenuti al suo interno. La buona riuscita del film è affidata anche a un cast attoriale eccellente, fra cui spicca in particolare la bravissima Hélène Vincent, capace di scolpire il ritratto di una donna timorosa e pentita del proprio passato ma, al contempo, desiderosa di redimersi.