La luce del fuoco, origine di ogni immagine, arde al centro di Un Pays en flammes di Mona Convert, un'opera che travalica la dimensione del documentario per avvicinarsi a una forma di esperienza sensoriale pura. Qui, il cinema stesso sembra risalire alla sua essenza primitiva, come se la luce sfavillante dei fuochi pirotecnici evocasse il primo proiettore della storia umana: le ombre danzanti sulle pareti delle caverne. Laddove i giochi pirotecnici hanno sempre suscitato un senso di meraviglia infantile, in questo film essi diventano una manifestazione cosmogonica, un atto di creazione e rivelazione che ricollega lo spettatore a un passato ancestrale.

La famiglia Pujol-Auzier non è semplicemente testimone o praticante di un’arte tradizionale, ma si fa custode di un sapere che sembra trascendere il tempo. Patrick, Margot e Jean non maneggiano il fuoco solo come elemento spettacolare, ma come linguaggio segreto, atto rituale, segno di una continuità che lega l’uomo agli elementi. In questo processo, la notte non è più mera oscurità, ma un grande schermo cosmico su cui le esplosioni di luce si stagliano come rivelazioni divine. Il nero della foresta e il riverbero delle fiamme compongono un dialogo visivo che non si limita alla rappresentazione, ma intende essere vissuto direttamente.

Un Pays en flammes
Un Pays en flammes

Un Pays en flammes

La componente sonora gioca un ruolo essenziale in questa esperienza immersiva. Le musiche di Bernard Lubat e Fabrice Vieira, con la loro ritmica tribale e le voci che sembrano intonare canti in una lingua dimenticata – o mai esistita – trasformano la visione in un rito collettivo, un richiamo a un’epoca in cui i suoni erano evocazione e la danza era comunicazione con il cosmo. Questa colonna sonora non accompagna semplicemente le immagini, ma sembra scaturire direttamente dalla materia infuocata, risuonando nella notte come un'eco delle prime celebrazioni umane attorno ai falò.

Un Pays en flammes
Un Pays en flammes

Un Pays en flammes

Gli alberi, ieratici e imperturbabili, diventano testimoni di questo gioco tra luce e ombra, come guardiani di un’antica sapienza silvana. Le creature notturne, sfiorate dalle lingue di fuoco, paiono anch’esse partecipare a questo balletto ancestrale, rendendo la foresta un palcoscenico animato in cui ogni elemento è parte integrante di una coreografia naturale. Il confine tra realtà e sogno si dissolve: Un Pays en flammes non vuole essere raccontato, ma esperito, come se la sua vera natura si svelasse solo nell’abbandono totale alla percezione.

Mona Convert
Mona Convert

Mona Convert

In questa dimensione liminale tra documentarismo e sperimentazione, Convert costruisce un’opera che è al tempo stesso ipnotica e primordiale, un inno agli elementi basilari dell’esistenza umana. Il fuoco, qui, non è solo spettacolo, ma una scrittura di luce, un gesto cinematografico che richiama la sua origine più pura: la proiezione dell’immaginario sulla tela del mondo. Un Pays en flammes, presentato in concorso al Pordenone Docs Fest, è, in questo senso, un ritorno all’essenza stessa del cinema, un’esperienza capace di risvegliare nella nostra memoria più profonda il senso sacro dell’immagine.