Il cinema documentario contemporaneo non ha ancora terminato il processo di metamorfosi profonda, che da almeno trent’anni sta ridefinendo il suo linguaggio e le sue possibilità espressive. La giuria del Pordenone Docs Fest 2025 – composta da Roberto Minervini, Martina Parente e Sara Fgaier – incarna perfettamente questa continua trasformazione in essere. Tre sguardi, tre metodologie, tre modi di concepire il reale, che si intrecciano in un dialogo fertile e stratificato, rendendo questa edizione del festival un vero laboratorio critico sulla natura stessa del documentario.

Roberto Minervini
Roberto Minervini

Roberto Minervini 

Roberto Minervini: il poeta delle periferie esistenziali

Minervini si è imposto come una delle voci più riconoscibili del documentario contemporaneo, costruendo un cinema che potremmo definire "realismo empatico". I suoi film, radicati nel profondo Sud degli Stati Uniti, non sono semplici osservazioni della marginalità, ma immersioni sensoriali in vite sospese tra resistenza e vulnerabilità. Stop The Pounding Heart (2013) e Louisiana (2015) segnano un'estetica che mescola il lirismo della fiction con la crudezza del reportage, Minervini predilige la presenza diretta, la relazione intima con i suoi soggetti, riducendo al minimo la distanza tra cineasta e protagonisti. In What You Gonna Do When the World's on Fire? (2018), la sua camera diventa un'entità viva, testimone e compagna, capace di restituire l'intensità emotiva di una comunità afroamericana segnata dalla violenza e dalla lotta per la dignità. Ma proprio questa immersione solleva interrogativi etici fondamentali: fino a che punto il regista può restare testimone senza trasformarsi in demiurgo della narrazione? È possibile raccontare la sofferenza altrui senza cedere alla seduzione della spettacolarizzazione?

Martina Parenti
Martina Parenti

Martina Parenti

Martina Parenti: l'antropologa visuale del contemporaneo

Martina Parenti, in una lunga e proficua collaborazione con Massimo D'Anolfi, ha forgiato un cinema che è al tempo stesso indagine e meditazione, capace di decostruire le grandi narrazioni del potere per rivelarne i meccanismi nascosti. Il suo è un cinema che lavora sulla soglia tra saggio visivo e sperimentazione formale, con un approccio che potremmo definire "etnografia critica". In film come Il castello (2012), Materia oscura (2013), Spira Mirabilis (2016), Parenti esplora le sovrastrutture della realtà, sovvertendo il concetto stesso di documentazione. In Guerra e pace (2023) e nel trittico Bestiari, Erbari, Lapidari (2024), l'uso del materiale d'archivio è per lei un atto di scavo: non semplice testimonianza, ma strumento di interrogazione, un dispositivo che mette in crisi la linearità del tempo e la fiducia ingenua nelle immagini del passato. Attraverso il montaggio, il suono e l’accurata costruzione delle sequenze, Parenti trasforma l’osservazione in esperienza critica, facendo emergere le tensioni sotterranee che plasmano la nostra società.

Sara Fgaier
Sara Fgaier

Sara Fgaier

Sara Fgaier: la cartografa dei confini invisibili

Se Minervini cerca la verità nell'immediatezza della relazione e Parenti indaga le strutture del potere attraverso la stratificazione storica, Sara Fgaier percorre un'altra strada: il territorio sfuggente della memoria, del frammento, dell’eco. Regista e montatrice raffinata, il suo lavoro è un viaggio nei margini del visibile, alla ricerca di quei segni che la storia ha smarrito o volutamente occultato. In Sulla terra leggeri (2024) e prima ancora nel doc Gli anni (2018), Fgaier affida all’archivio un ruolo di primo piano: non come semplice commutatore del passato dell’immagine, ma come elemento strutturale, capace di evocare ciò che non si vede. I rumori, le voci, i silenzi, il suono muto dell’immagine di un tempo, diventano i veri protagonisti, creando un senso di attesa, di sospensione. Il suo montaggio è chirurgico e politico al tempo stesso: ogni taglio, ogni dissolvenza, ogni sovrapposizione è un gesto di scrittura, una presa di posizione che interroga la natura stessa della rappresentazione.

Dialoghi possibili: tre approcci a confronto

Accostare Minervini, Parenti e Fgaier significa mettere in tensione tre visioni del cinema del reale che, pur nella loro diversità, condividono un rifiuto netto del didascalismo e della narrazione univoca. Minervini cerca l’aderenza totale alla realtà, la vicinanza quasi fisica ai suoi protagonisti; Parenti e Fgaier, invece, lavorano sulla stratificazione, sulla distanza critica, sulla costruzione linguistica dell’immagine. Un altro elemento di differenziazione è il rapporto con il tempo: Parenti lo interroga frontalmente attraverso gli archivi e le tracce del passato, Minervini lo vive in un presente assoluto, mentre Fgaier si muove nel territorio liminale della memoria, dove il passato riaffiora senza mai ricomporsi in una narrazione definitiva. Questi tre sguardi, più che opporsi, si rispecchiano e si amplificano a vicenda, disegnando una geografia complessa del cinema documentario contemporaneo. Una mappa in continua evoluzione, che pone al centro una domanda radicale: come raccontare il reale senza ridurlo a un sistema di segni preordinati?

Il documentario come forma di pensiero

La composizione di questa giuria è più di una scelta curatoriale: è una dichiarazione di intenti. Il Pordenone Docs Fest 2025 si configura non solo come una vetrina di opere, ma come un luogo di interrogazione critica sulla natura stessa del documentario. Minervini, Parenti e Fgaier ci spingono a ripensare il ruolo del cinema nella costruzione della conoscenza: non più semplice strumento di informazione o denuncia, ma forma di pensiero, capace di coniugare etica ed estetica, politica e poesia. In un'epoca in cui la proliferazione delle immagini rischia di appiattire la nostra percezione della realtà, questi tre autori ci ricordano che il documentario non è solo un atto di registrazione, ma un gesto di responsabilità. La loro presenza in giuria non è dunque soltanto un valore aggiunto per il festival, ma un’opportunità per ripensare il nostro rapporto con le immagini e con il mondo che esse ci restituiscono.