“Bisognerebbe tornare a fare il cinema dell’essenziale. Il nostro paese è in tale difficoltà che non deve fare film con budget hollywoodiani. Il mio ha un budget estremamente ragionevole, molto contenuto, tuttavia è stato girato anche in America e non gli manca assolutamente nulla”.

Così Pupi Avati alla conferenza stampa di presentazione del suo ultimo film L’orto americano, titolo di chiusura fuori concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia e dal 6 marzo al cinema con 01 distribution.

Un horror gotico in bianco e nero che si svolge a Bologna, ai tempi della Liberazione, e che vede protagonista un giovane dalle aspirazioni letterarie, interpretato da Filippo Scotti (“salito su un treno in corsa dieci giorni prima delle riprese”), che si innamora al primo sguardo di una bellissima nurse dell’esercito americano. Nel cast anche Chiara Caselli (per la terza volta diretta da Pupi).

L'orto americano - Foto Elen Rizzoni
L'orto americano - Foto Elen Rizzoni

L'orto americano - Foto Elen Rizzoni

“Il bianco e nero lo devo a mio fratello Antonio (ndr. produttore del film), che mi suggerì di farlo così dopo aver letto il copione - racconta Avati -. Non lo avevo mai sperimentato. Mi ha dato una forza incredibile e un entusiasmo nuovo. È stato la chiave di volta. Non abbiamo fatto un film, ma abbiamo fatto il cinema, quello che ci ha affascinati da ragazzi: da Hitchcock a Ford fino al neorealismo del dopoguerra. A livello sintattico ho richiamato un certo modo classico di inquadrare e anche di sonoro”.

Sul suo ritorno al genere horror dice: “È un genere che non ho mai tradito del tutto. Ho fatto delle incursioni nel cinema più intimo e autobiografico, ma non ho mai dimenticato il genere che ha fatto forte il cinema italiano. Penso a Dario Argento o Bava negli anni settanta. Un cinema che si esportava in gran parte di Europa. Il regista italiano ora è diventato genere di sé stesso. Sorrentino fa i film di genere Sorrentino, Amelio fa i film genere Amelio. Non si adeguano e non si abbassano. Sembra una rinuncia fare il genere. Mentre per me il genere è fortemente seducente e molto divertente da fare”. E poi ancora: “Il mio film è un thriller gotico, ma prima di tutto è una grande storia d’amore. L’amore è qualcosa di magnifico perché ti fa pensare che qualcosa possa durare per sempre, un concetto che è stato invece abolito nella modernità. Io l’amore l’ho incontrato sessant’anni fa a Bologna”.

L'orto americano - Foto Elen Rizzoni
L'orto americano - Foto Elen Rizzoni

L'orto americano - Foto Elen Rizzoni

Tornando al discorso ‘budget’ affrontato all’inizio Avati dice: “Al Centro Sperimentale, dove sono consigliere, sto proponendo una cattedra di basso costo nella quale si insegni ai registi, produttori e sceneggiatori come fare un film a basso costo. Il problema è che nella filiera cinematografica italiana ci sono molti film ad alto budget. Vi voglio dare una notizia: ora la rivista Bianco e nero, con la nuova gestione, diventerà una rivista didattica tecnica nella quale si insegnerà a fare il cinema”. E sull’uso degli effetti speciali artigianali: “Quel cinema che varcava i confini a cui alludevo era realizzato in gran parte da artigiani. Purtroppo l’intelligenza artificiale spazzerà via totalmente queste professioni. Una cosa assolutamente dolorosa”.

L’orto americano è una produzione Duea Film, Minerva Pictures con Rai Cinema, prodotto da Antonio Avati, Gianluca Curti e Santo Versace. “Litighiamo tutti i giorni, ma facciamo anche velocemente pace- dice Antonio Avati sulla loro unione professionale-. Il connubio doveva funzionare un pochino più a mio favore nel senso che io non ho una natura e un carattere esclusivamente finanziario, amministrativo e organizzativo. Volevo fare addirittura l’attore da ragazzo. Poi lentamente sono stato risucchiato dalle problematiche di questa società bifamiliare”.

Pupi Avati - Foto Elen Rizzoni
Pupi Avati - Foto Elen Rizzoni

Pupi Avati - Foto Elen Rizzoni

Infine sulla proposta da lui fatta del ministero per il cinema Pupi Avati dice: “È una proposta che è stata accolta bipartisan sia da parte del governo, da Taviani e Forza Italia, che dalla parte rappresentata da Franceschini, dalla Schlein e da Orfini. Loro propongono anziché un ministero, che sarebbe troppo complicato, un’agenzia sul modello francese che sarebbe invece fattibilissima. E per me assolutamente opportuna. Qui a Roma si è parlato solo della chiusura di 160 sale, ma non è solo quello il problema del cinema italiano. Ci sono tanti problemi. Tra cui il Ministero con un buco enorme di soldi. Un Ministero come quello dei Beni Culturali non si può occupare delle feste di paese, di Ercolano, dei musei e dell’opera lirica. Troppe cose.
Già Alberto Ronchey, al tempo di Ciampi, propose di fare un Ministero del cinema, della televisione e della cultura. Spero e sono convinto che questa proposta andrà avanti perché lo stesso ministro Giuli è concorde. Chi vota contro vuol dire che non sa quali sono i problemi del cinema in questo momento. Ci possono essere dei film che vanno molto bene, come Follemente o Diamanti, ma ce ne sono tantissimi, non li cito, che non sono andati bene, che sono usciti una settimana e poi sono spariti e costavano delle belle cifre”.