Tempi complessi. La guerra è orizzonte vicino: Pordenone Docs Fest si trova ancora a riflettere sui conflitti (Israele/Palestina e Ucraina) ma continua il lavoro di cultura della pace che conduce da diciotto anni. Cerca di dare strumenti per conoscere il mondo attuale, consegnando a un pubblico sempre più internazionale i migliori documentari, che sono spesso i prodotti culturali più efficaci di analisi di molti fenomeni (quest’anno fra le innumerevoli anteprime nazionali - fra gli altri - il premio del pubblico della Berlinale The Moelln Letter, il premio della giuria di IDFA American Pastoral e del Sundance Porcelain War)”.

Così a Cinematografo il direttore della XVIII edizione di Pordenone Docs Fest, Riccardo Costantini, in programma dal 2 al 6 aprile 2025: “Nel palinsesto, trovano spazio registi di chiara fama accanto a cineasti giovani (molti dei migliori film sono di esordienti), con la caratteristica comune di essere capaci di innovare anche sul versante del linguaggio cinematografico. Caratteristica comune ai tre giurati Roberto Minervini (Premio per la miglior regia a Cannes - Un Certain Regard), Martina Parenti (premiata per la miglior regia a IDFA) Sara Fgaier (fresca d’esordio alla regia di lungometraggio, già eccezionale montatrice/ ricercatrice d’archivio).

Proprio l’archivio – sia ora di memoria storica, ora di testimonianze familiari - è sempre più fonte d’ispirazione: alle volte la storia del singolo, magari figlia del salvataggio di fonti visive “quotidiane”, racconta meglio chi siamo e chi vorremmo essere: abbiamo bisogno di ritrovare un posto nel mondo, sempre più disordinato e incomprensibile. I diritti civili sono sempre al centro: non potevamo non ricordare Malcolm X (centenario della nascita e sessantesimo della morte) con un cineconcerto.

Musica e film che sono un “classico” del festival, e così si chiude con un altrettanto doveroso omaggio ai 130 anni dell’invenzione Lumière nel 1895, da subito documentaria: un premio Oscar come il montatore Walter Murch ci ricorda che la finzione, è la base del racconto cinematografico. I film di quest’anno parlano di famiglie, rapporti genuini e diretti, dolorosi o recuperati che siano (The Fabolous Gold Harvesting Machine, Light Memories).

La maternità - sbandierata politicamente come valore ma vittima di regressi dei diritti – è uno degli altri temi dell’anno: La mutante, il già citato A Want in Her, l’aborto in Zurawski v. Texas. Gli USA, il globalismo muscolare di Trump, sono analizzati soffermandoci su quella società americana sempre più polarizzata: il mondo culturale – anche europeo - sta perdendo le basi di confronto civile e condivisione sociale, fondamento delle democrazie moderne. Anche riproporre l’opera documentaria di Minervini ci aiuta a capire di più di come si sia arrivati all’America di oggi.

I diritti degli omosessuali sono in pericolo in ogni lato del pianeta, e il festival – con film di tagliente ironia ma profondi (My Boyfriend El Fascista, Queer as Punk) – prende posizione come d’uso in loro difesa. Altrettanto, proponendo una retrospettiva con nomi eccelsi della storia del cinema dedicata agli ottant’anni dalla liberazione, si cerca di riflettere sulla crisi dei valori democratici (da riaffermare, sempre). Con l’omaggio Italian Doc, Future! ad Adele Tulli e lo spazio VR e i suoi film immersivi, l’orizzonte si sposta verso l’analisi della società e delle tecnologie, con un occhio alle nuove forme di racconto".