PHOTO
The Moelln Letters
Se il cinema è il testimone per eccellenza della realtà che abitiamo, allora il documentario è la lente d’ingrandimento che permette di capire quello che ci circonda. L’obiettivo dovrebbe essere il rifiuto della manipolazione, la verità che fluisce attraverso la macchina da presa, uno sguardo sul mondo che non deve ingannare, ma aprire nuovi orizzonti.
È il caso di The Moelln Letters di Martina Priessner, in anteprima alla Berlinale e adesso alla nuova edizione del Pordenone Docs Fest. Racconta di un attacco razzista avvenuto in Germania, a Mölln, nel 1992. Le vittime erano persone di origine turca. Gli aggressori hanno dato fuoco alla loro casa. Il piccolo Ibrahim aveva sette anni, ed è sopravvissuto. A morire sono state la sorella, la cugina e la nonna. Stacco. Ibrahim, ormai adulto, scopre con sorpresa che, subito dopo l’incendio, migliaia di persone avevano inviato alla città lettere di conforto per la famiglia, mostrando il loro affetto. Ma poi di quelle lettere non si era saputo più nulla: aperte e dimenticate nell’archivio comunale. Fino al 2019.
La storia ha dell’incredibile, porta alla luce una solidarietà inaspettata. Non si assiste a un ritratto manicheo, polarizzato. A ribaltarsi è il luogo comune, il pregiudizio. Quella di The Moelln Letters è una progressiva rielaborazione del lutto, un percorso per rivendicare il proprio posto tra la gente. Il film indaga il tema cardine della memoria, del passato che si specchia nel presente. Chi sopravvive porta su di sé le cicatrici del trauma, con cui deve confrontarsi per tutta la vita. İbrahim ricorda vividamente quel giorno, soffre d’ansia, si sente in colpa per essere vivo. La lotta contro il razzismo è la sua missione. Il fratello Namik invece fatica a venire a patti con quanto è accaduto, manifestando un eccessivo senso di protezione verso la famiglia. La sorella Yeliz, nata dopo l’attentato, porta il nome di chi non c’è più, ma lo percepisce come un peso troppo grande da sopportare.


An American Pastoral
Priessner mette in luce il disagio sociale di coloro che, nelle lettere, esprimevano la vergogna per avere un passaporto tedesco. A essere in crisi sono le radici di una nazione, in una costante ricerca del perdono. Sotto scacco c’è anche la burocrazia, pronta a giustificarsi trattando il fatto come un evento non comune, eccezionale. Quella di The Moelln Letters poteva essere una tragedia dimenticata, che invece è stata riportata alla luce. Il film è di sicuro uno dei titoli da non perdere alla XVIII edizione del Pordenone Docs Fest.
E ancora. In pochi forse ricordano che la Corea del Nord, nota per essere uno dei Paesi meno accessibili di tutto il globo, nel 1989 ha invece aperto le porte a 20mila visitatori provenienti da 167 nazioni diverse, per realizzare un esperimento: il Festival Mondiale della Gioventù. L’obiettivo era la costruzione di un “futuro luminoso”. Lo descrive il documentario Bright Future di Andrea MacMasters.
Quest’anno l’obiettivo a Pordenone è concentrarsi sull’attualità, attraverso storie che analizzano anche il passato. Ad arrivare sullo schermo sono i conflitti, le intolleranze, le divisioni. Lo sguardo è ovviamente sullo scontro israelo-palestinese, sulla guerra in Ucraina, fino ad arrivare alle contraddizioni della società americana, i diritti violati, i problemi che appartengono all’universo famigliare. An American Pastoral di Auberi Edler racconta la fragilità del processo democratico in una realtà divisa come quella degli Stati Uniti di Trump, pervasa da tensioni ideologiche e culturali. Il focus è su una piccola comunità della Pennsylvania, che deve confrontarsi con la censura in un ambiente scolastico.
La guerra in Ucraina è al centro di Porcelain War di Brendan Bellomo e Slava Leontyev. È la vicenda di tre artisti ucraini che decidono di restare in patria e di trasformare la loro arte in lotta e testimonianza. Rule of Stone di Danae Elon è un documentario sul conflitto israelo-palestinese in chiave artistica. L’attuale Gerusalemme è il risultato architettonico di precise scelte strategiche. Al centro c'è il racconto della Pietra di Gerusalemme, il materiale scelto dalla legge per plasmare la città. Dopo la conquista del 1967 di Gerusalemme Est, compresa la Città Vecchia con il Muro Occidentale e il Monte del Tempio, la metropoli fu dichiarata capitale indivisibile dello Stato. E furono anche redatti dei vincoli riguardanti la struttura degli edifici. Si tratta di un aspetto che pochi conoscono, e che aiuta a capire meglio alcune dinamiche attuali.


Porcelain War
Il cinema del reale sta attraversando un ottimo momento. La voce dei contenuti che veicola supera gli interessi di chi governa il mondo. È stato il caso di No Other Land (scaturito da un collettivo israelo-palestinese formato da Yuval Abraham, Basel Adra, Rachel Szor e Hamdan Ballal), che ha vinto l’Oscar nonostante non avesse una distribuzione sul territorio americano. Una rarità, soprattutto pensando alle regole ferree dell’Academy. Ma la vera domanda è su che cosa sia lecito mostrare in questi anni tumultuosi.
Forse l’unica via è rifiutare ogni forma di sensazionalismo, aiutando lo spettatore nel percorso conoscitivo. Un esempio può essere Notte e nebbia di Alain Resnais, del 1956. Dura poco più di mezz’ora, ha preceduto Hiroshima mon amour. Il maestro francese è stato tra i primi a mostrare l’orrore dei campi di concentramento, senza usare toni spettacolarmente morbosi, ma lasciando parlare le immagini nude. Da ricordare come una lezione, anche oggi.