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Terra amara
Se un tempo erano le telenovelas in lingua spagnola le regine del pomeriggio televisivo, da un decennio a questa parte un altro fenomeno sta ridefinendo la formula del serial a livello globale. Conosciute in patria con l’abbreviazione di dizi (che sta per televizyon dizileri, ovvero serie televisive), i drama provenienti dalla Turchia stanno tenendo incollati allo schermo, solo nel nostro Paese e sulla rete ammiraglia Mediaset, circa due milioni di spettatori.
Sempre in Italia si erano già toccati picchi di ascolti con Endless Love e Terra Amara, parte di un filone turco partito in sordina nel 2013 con Il secolo magnifico su Babel TV (un canale che proponeva contenuti in lingua originale con sottotitoli), ma popolarizzato a partire dal 2016 da Canale 5 con Cherry Season e DayDreamer e poi dal ruolo delle piattaforme streaming come Netflix e Amazon.
Alcune di queste serie, iniziate nella fascia del daytime, hanno ottenuto risultati tali da guadagnarsi la prima serata: Terra Amara, per esempio, l’anno scorso ha raggiunto in primetime un massimo di 3,2 milioni di spettatori e share intorno al 20-22%. L’ultima tappa di questa avanzata si chiama Tradimento (Aldatmak, in onda su Canale 5 dal lunedì alla domenica), titolo che segna un’ulteriore variazione sul tema nel costante sforzo di queste soap di adattarsi ai gusti internazionali. La protagonista Güzid è una giudice integerrima e una madre realizzata la cui esistenza apparentemente perfetta si sfalda progressivamente sotto il peso di segreti e menzogne.


Tradimento
La dialettica tra tradizione e modernità – che simboleggia anche il posizionamento globale della Turchia, a metà tra Europa e Medio Oriente – si esprime in questo caso non più (o solo) in storie romantiche e patinate, ma anche in drammi familiari dalle tinte più cupe. Grazie a una sapiente combinazione di tropi narrativi universali (storie d’amore, conflitti di classe), inseriti in una rassicurante cornice di valori tradizionali (personaggi maschili carismatici, donne dal forte senso di femminilità e un profondo attaccamento alla famiglia), arricchita da ambientazioni moderne e lussuose (come la sfavillante Istanbul), queste storie conquistano un pubblico prevalentemente femminile, ma capace di trascendere le differenze di nazionalità.
D’altro canto, le dizi rappresentano un capitolo ormai non più trascurabile all’interno della storia mondiale della televisione e sono oggi considerate il principale strumento attraverso cui capire il Paese anatolico. Dalla rinascita economica della Turchia negli anni Duemila, al consolidamento di un sistema televisivo fortemente concorrenziale che ha incentivato la produzione ad alto budget (come il drama storico Magnificent Century), passando per l’intraprendenza di case di produzione, distributori e gruppi editoriali stranieri (tra cui Mediaset, in Italia) che hanno scommesso su questa formula, le ragioni del successo delle dizi sono molteplici, ma mai scontate.


Daydreamer - Le ali del sogno
I dati di questo boom sono, poi, impressionanti. Con una rete di vendita che coinvolge oltre 170 Paesi, per un pubblico stimato di 750 milioni di spettatori, l’export televisivo turco è oggi il terzo del pianeta, dopo quello statunitense e britannico. Una traiettoria che dal Bosforo ha abbracciato i Paesi di lingua araba, poi i Balcani e l’Est Europa, fino alla svolta avvenuta nell’America Latina che, in quanto patria dei serial, ha definitivamente consacrato le dizi come dei prodotti adatti alla circolazione mondiale (grazie a Binbir Gece, liberamente ispirata a Le mille e una notte e premiata nel 2014 in Cile con ascolti record).
L’aspetto interessante della turkish wave, però, non risiede solo nella capacità di costruire racconti dall’alto potenziale identificativo, ma nel fatto che queste storie vengono apprezzate a seconda dei territori per motivi molto diversi, andando ben oltre la semplice “prossimità culturale” (ovvero quella somiglianza tra due culture che ne facilita lo scambio di contenuti audiovisivi).
Se in Paesi come Arabia Saudita, Siria ed Egitto le dizi convincono per una modernità priva degli eccessi della serialità americana e compatibile con lo stile di vita musulmano (nel 2008 la puntata finale di Noor ha riunito 85 milioni di spettatori in Arabia Saudita), all’opposto, il pubblico balcanico, dell’Italia e della Spagna, si rispecchia, forse nostalgicamente, in quel senso di moralità tradizionale dei decenni passati, qui sublimata in racconti freschi, avvincenti e con protagonisti passionali (come Can Yaman, negli ultimi anni entrato perfino nello star system italiano con Viola come il mare).


The Magnificent Century
Lo stesso governo turco ha cavalcato l’onda di questo successo – non, purtroppo, senza conseguenze in termini di censura e pressioni politiche nei confronti dei contenuti più critici – per promuovere l’immagine del Paese all’interno di una strategia di politica estera. I ministeri del Commercio e della Cultura hanno incentivato la presenza delle serie nei territori chiave (soprattutto nei Balcani, nel Medio Oriente e in Eurasia), fornito supporto a fiere internazionali, finanziato la partecipazione di produttori ai mercati audiovisivi e ampliato la distribuzione attraverso la rete delle ambasciate.
Lungi dall’essere un semplice fenomeno di costume, quindi, le dizi sono un modello a cui anche industrie di beni di consumo e istituzioni hanno cominciato a guardare. E mentre sull’altra sponda del Mediterraneo la serialità italiana fatica, a parte rari casi, a raggiungere anche solo i Paesi confinanti, le storie turche sono ormai un consolidato strumento di diplomazia culturale capace di conquistare cuori e attraversare oceani.