Big Nick (Gerard Butler) e Donnie Wilson (O’Shea Jacson Jr.). Lo sceriffo e la talpa doppiogiochista.

Li avevamo lasciati, ormai sette anni fa, a rincorrersi e disperdersi tra Los Angeles e Londra. Dopo una pandemia, uno sciopero degli sceneggiatori, la guerra in Ucraina (i Balcani furono scelti in principio come set), fluttuazioni dei tassi di cambio dollaro/euro, problemi al budget e al crociato di Butler, la strana coppia può tornare, nostro malgrado, a darsi la caccia tra Anversa, Nizza e la Sardegna. 

Nella tana dei lupi (2018) si espande in suo sequel di respiro internazionale, già in predicato di franchise: visto il successo al botteghino americano ad inizio anno di Pantera, è già in cantiere il terzo capitolo dell’ormai saga crime scritta e diretta da Christian Gudegast. 

Rispetto a quella sorta di Heat scombiccherato che era il mediocre primo atto, ad ogni modo, migliora la qualità di scrittura (stavolta il regista firma in solitaria lo script), con dialoghi più ficcanti, varietà di caratteri, ritmo più adrenalinico, maggiore capacità di gestione tensiva, afflato malinconico, mobilità di scenari, ma si fa fatica a scovare altri pregi del film.

L’heist movie è drammaturgicamente scolastico e derivativo (preparativi, “colpo” e conclusione della vicenda con tanto di classici litigi tra soci) e si colora pure di mafia movie (arruolati per il secondo capitolo Salvatore Esposito come bandito balcanico e Fortunato Cerlino, galoppino della malavita sarda per evocare piattamente l’effetto Gomorra).

La trama, per fortuna, però, perde il suo nocciolo maschiocentrico e (vagamente) misogino: Nella tana dei lupi contemplava solo donne oggettificate o mogli tradite in fuga, nel seguito la spogliarellista reclama con ricatto la sua parte del malloppo sottratto alla banca, ma soprattutto alla guida dei banditi arriva la scaltra gioielliera sotto mentite spoglie Jovanna (la rampante Evin Ahamad). 
Nonostante l’ispirazione a fatti realmente accaduti (il rocambolesco “colpo del secolo” al Word Diamond Centre di Anversa, già ipotesto del seriale Everybody Loves Diamonds), cambiano ma fioccano, sottotrame disperse, luoghi comuni e cliché: il paradosso morale dell’uomo di legge infiltrato che apprezza poi la malavita; l’assalto al fortino dei preziosi (in principio la Federal Reserve losangelina, ora il Word Diamond Centre nizzense); stereotipi e freddure sul cibo francese; il protagonista in bancarotta sentimentale che flirta con la bella ladra; inseguimenti e sparatorie panoramiche (ma il modello Bullitt è inarrivabile); la fallabilità di impenetrabili sistemi di sicurezza; la fame di diamanti dei banditi; l’inadeguatezza della polizia, la scaltrezza della mafia, l’inarrestabilità del Male, la necessità del Bene.

Il regista, insomma, coccola, come da tradizione, i ladruncoli, sbertuccia gli uomini di legge, e non prende rischi confermando il percorso divistico che Butler ha nel tempo canonizzato: inquadra (a iosa) un personaggio (di nuovo protagonista e co-produttore) ironico, roccioso e spettinato che, fronteggiati terroristi politici (i tre Attacco al potere), arginato il disastro ecologico (Greenland), represso rapinatori russi (Hunter Killer – Caccia negli abissi) e guerriglie anticoloniali (The Plane), ora, dimette i panni originari del seduttore da rom-com, e si coalizza con le Pantere per il furto di diamanti.

Ma se il campo di forze si fa triangolare (polizia, banditi e mafia), rimane alla fine dei giochi la pochezza visuale della regia, la scarsa forza reinventiva degli archetipi del genere, la derivabilità di trama e temi, la prevedibilità dei futuri scenari della saga che insisterà ancora su fughe in avanti e rincorse tra continenti di Nick e Donnie.

Insomma, c’è da augurarsi che passino altri otto anni prima del terzo atto.