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Primissima immagine. I fiori, poi la casa, quella di Gran Torino, con la bandiera americana. Caro vecchio Clint, conservatore e sempre all’avanguardia.
L’idea (basata sull'incredibile storia vera di Leo Sharp) è geniale, un vecchietto che fa “the mule”, il corriere della droga per un cartello messicano. Non esiste copertura migliore. Qualcuno infatti ci aveva già pensato negli anni Ottanta.
Nel film, diretto e interpretato da Eastwood con Alison Eastwod (figlia anche nella realtà), Bradley Cooper e Tessa Farmiga, il protagonista, il più che ottantenne Earl, rimasto solo e al verde, ha delle assonanze con il personaggio di Gran Torino, Walt Kowalski. Lo sceneggiatore è lo stesso: Nick Schenk, che attinge a piene mani da una storia vera pubblicata dal New York Times: un veterano della seconda guerra mondiale diventato uno spacciatore di droga e corriere per la famiglia Sinaloa.
Earl, come Kowalski, è razzista: i negri sono sempre negri, lo è in modo meno collerico, più rassegnato, con quella luccicanza che lo salva in questa America dalle promesse non mantenute. Il post Obama lo ha rovinato finanziariamente. Ha annientato il suo lavoro (le vendite online hanno fatto calare drasticamente gli ordini dei suoi magnifici gigli): la sua passione per i fiori gli ha lasciato una minaccia di pignoramento ed è troppo tardi per rimediare alle assenze, come padre e marito.
Clint Eastwood è un grande patriota. Lo sappiamo bene. Così attaccato al suo Paese, a quella bandiera che il veterano Kowalski ostenta con orgoglio in Gran Torino contro i “musi gialli” del vicinato. Da dichiarare apertamente il suo sostegno a Donald Trump, rotolandosi nell’impopolarità dell’opinione pubblica mondiale.
Ma ha anche un grande cuore, che gli ha permesso di raccontare con American Sniper (il suo più grande successo al box office: 350 milioni di dollari solo in America) la guerra in l’Iraq, senza venire meno ai suoi principi. Senza risparmiare vittime ma lasciando fuori lo spettacolo dei danni collaterali.
88 anni e 37 film diretti: nessuno è più versatile, coraggioso, testardo di lui. Quando mette in scena pagine atroci dimenticate (Lettere da Ivo Jima). I cowboy nello spazio, la passione folgorante tra un uomo e una donna (I ponti di Madison County). Lo Tsunami indagando l’Aldilà (Hereafter). Ricordando come Mandela vinse l’Apartheid con una partita (Invictus). Riscrivere la vicenda qualunque di un soldato eccellente e renderla universale (American Sniper). O l’incredibile Sully: l’ammaraggio del volo U.S. Airways 1549 sul gelido fiume newyorkese, in seguito al grippaggio di entrambi i motori causato dall’impatto con uno stormo di oche canadesi, il 15 gennaio 2009. Il comandante Chesley Sullenberger (Tom Hanks) alla cloche dell’Airbus A320, insieme al copilota Jeff Skiles (Aaron Eckhart), salvò le 155 persone a bordo.
Solo Eastwood può farci credere che nonostante tutto gli eroi siano tra di noi, spesso con un destino beffardo. In fondo all’anima è rimasto il cowboy di Sergio Leone, l’attore che ha osservato e imparato dagli altri.