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Death of a Unicorn
C’è un padre e una figlia in viaggio segnati da un lutto: prima in aereo, poi in macchina, si stanno dirigendo da qualche parte. All’improvviso investono “qualcosa”, forse un animale, come il classico cervo che inaugura gli horror e non solo. E invece no… La forma che Elliot e Ridley hanno colpito, come rivela gradualmente lo specchietto retrovisore, è un giovane unicorno. Questo l’incipit dell’esordio alla regia di Alex Scharfman, già produttore e qui prodotto da Ari Aster, ossia Death of a Unicorn, il nuovo titolo della A24 in sala dal 10 aprile con I Wonder Pictures.
Lui, l’uomo, è un avvocato col volto di Paul Rudd; lei, la ragazza, è una Jenna Ortega ormai baciata dalla fama di Mercoledì, che torna sul grande schermo senza Tim Burton. Il film invece è un horror comedy, cioè una commedia nera e grottesca con un forte elemento soprannaturale. O meglio, fantastico: ad essere ricostruita è la figura dell’unicorno, nutrita da secoli di mitologia popolare, e da cent’anni di cinema da My Little Pony a Harry Potter. Una figura qui riscritta in chiave orrorifica e perfino splatter.
Da parte loro, Elliot e Ridley giungono nella villa extralusso di un magnate dell’industria farmaceutica: Leopold Odell (Richard E. Grant), straricco e potente, vagamente ispirato alla figura di Arthur Sackler, capo della famiglia Sackler che era al centro del Leone d’oro All The Beauty and the Bloodshed di Laura Poitras: per capirci, erano quelli che hanno favorito la diffusione dei farmaci oppiacei gettando migliaia di americani nella dipendenza. Odell è un turbo-capitalista che non si ferma davanti a nulla ma oggi è inchiodato in carrozzina, tubicini al naso, perché sta morendo di cancro. La sua famiglia è composta dalla moglie Belinda, in cui si rivede volentieri Téa Leoni, e dal figlio Shep tanto rampante quanto inetto, un Will Poulter che era già in Midsommar (e torna la mano di Aster). Proprio mentre arrivano padre e figlia hanno “l’incidente”: la bestia mitica agonizza sulla strada, Ridley tocca il suo corno e ha una visione che ne lascia intuire il potere, Elliot invece la finisce. O almeno crede.


Death of a Unicorn
Non è facile uccidere un unicorno: quando il legale, la riottosa figlia e i giganti del farmaco cominciano a tessere i loro affari sporchi, la creatura costretta nel SUV all’improvviso si muove. In premessa, insomma, viene postulata l’esistenza del mito che irrompe nel tessuto della realtà; un mito che seppure nello sconcerto viene accettato, di fatto esiste, e con la sua sola essenza deforma ogni ipotesi di realismo che diventa impossibile. La leggenda tracima nel presente, come attesta la sequenza di Jenna Ortega che digita l’unicorno su Google e ricostruisce la storia fin dall’arte medievale.
Una volta scoperte le qualità curative del corno, i capitalisti non possono che sfruttarle: ecco che l’essere viene esaminato e analizzato, passa ai raggi X, ed ecco che il patriarca si ritrova magicamente in piedi, come se il morbo non esistesse. Intanto si mangia carne mitologica, si sega il corno come una zanna d’avorio … Ma gli unicorni non perdonano, davanti allo sfruttamento cieco e sordo dell’uomo non possono esimersi dall’intervenire. E il sangue blu diventa rosso. Qui interviene la porzione più affascinante del film: se da una parte la parodia dei super-ricchi segue le tappe previste del filone, non aggiungendo nulla di davvero nuovo, dall’altra si aspetta con gusto crescente la mattanza finale. Che arriva eccome.
Senza togliere la sorpresa, basti dire che gli esseri affrontano gli umani con particolare veemenza, e il congegno mostra un buon uso degli strumenti di genere, come il corno miracoloso ma anche aguzzo che viene piegato alla funzione splatter. La costruzione digitale dell’unicorno è discutibile, come tutte le CGI, ma l’operazione merita l’onore delle armi: poche volte infatti si è visto un soggetto del genere declinato in una produzione commerciale, per tutti, fuori dal cinema più weird e dal regno degli squali volanti. Il confine tra genio e sciocchezza resta labile, certo, ma chi accetta il gioco rischia di divertirsi.