Come regista, Maurizio Nichetti è stato sempre abituato a spiazzare o stupire gli spettatori, anche perché, quelle rare volte in cui non lo ha fatto, è incappato in fallimenti artistici e/o commerciali. Perciò, per ripresentarsi al pubblico cinematografico, in un mercato radicalmente cambiato rispetto a 23 anni fa, data del suo ultimo film in sala, Nichetti ha dovuto puntare nuovamente all’effetto sorpresa con Amichemai, il film che arriva in sala dopo la presentazione al Torino Film Festibval 2024.

Perché la sceneggiatura scritta dallo stesso Nichetti è stata riscritta e ripensata varie volte, tra pandemia, guerre, tracolli climatici e così, la storia di due donne (Angela Finocchiaro e Serra Yilmaz) in viaggio da Trieste alla Turchia per trasportare un letto lasciato in eredità dal padre di una alla di lui badante è divenuta una sorta di Effetto notte all’italiana, con Nichetti e il cast in scena, ripresi da due influencer, nel tentativo di finire il film bloccato su un lago che doveva essere ghiacciato.

Una modalità di racconto che sembra l’evoluzione nell’epoca social di Ladri di saponette: le due storie s’intrecciano non senza difficoltà, ma finiscono per completarsi l’un l’altra (l’incipt che sfonda le soglie dell’imbarazzo acquista un suo senso nel corso del film) per raccontare il modo in cui il cinema può e deve affrontare la realtà, il modo in cui l’arte deve farsi permeabile al mondo per restituirlo, creando un contrasto ironico ma doloroso portato al culmine da quel finale semi-onirico imprevedibile, in cui il regista è fatto fuori dagli applausi, messo in ombra come le sue attrici: la sconfitta del cinema.

Amichemai è un film che cerca di non accontentarsi di ciò che il mercato può offrire a un autore come Nichetti, che osa sfidare un pubblico genericamente ritenuto pigro (onore per questo a Paglia e Cocozza, produttori che ci mettono letteralmente la faccia), ma che al contempo con i limiti di quel mercato deve farci i conti, accontentandosi di una fattura televisiva di fattura mediocre, di idee realizzate in modo discutibile, di poco tempo e soldi per aggiustare alcuni errori di continuità abbastanza imperdonabili. Spiace soprattutto il fatto che Nichetti si meriterebbe un’industria migliore in cui tornare a lavorare.